Pubblichiamo l’intervento pronunciato alla Camera dei Deputati, alla presenza del presidente Fausto Bertinotti, dai rappresentati dei giovani di Ac, Fuci e Acli in occasione della prima “Giornata istituzionale di conoscenza e dialogo” (21 settembre 2006), promossa dal Ministero per le Politiche Giovanili. L’incontro ha riunito l’associazionismo cattolico e due rappresentanze di giovani ebrei e musulmani italiani. In seguito le tre delegazioni hanno fatto visita ai luoghi di Roma simbolo delle tre grandi religioni monoteiste: Il Tempio Maggiore ebraico, la Grande Moschea e la Basilica di San Pietro.

Siamo giovani, laici cattolici, cittadini di questo Paese. Lo abitiamo in tutti i suoi spazi: animiamo la vita dei paesi, dei quartieri e delle città; siamo impegnati nella scuola, nell’università, nel mondo del lavoro.

Fior di sociologi e riconosciuti esperti della realtà giovanile ci raccontano apatici, disimpegnati, ripiegati sul proprio piccolo interesse personale, sulla propria minuscola porzione di vita. È una fotografia che ci sta stretta: perché noi, tutti i giorni, operiamo nei luoghi della comunità cristiana e civile con la voglia di incidere significativamente sulla realtà che ci circonda, impegnandoci ad essere spesso “segno di contraddizione” per i nostri tempi.

Un grande uomo politico, e un grandissimo credente, che ha speso la sua vita alla ricerca del dialogo tra i popoli e della pace, Giorgio La Pira, amava dire che «bisogna cambiare le cose perché non si può cambiare il Vangelo».
Sappiamo bene che, pur nella diversità dei credi che ci distingue, la voglia di cambiare le cose, perché siano ordinate secondo il volere e il progetto del Dio della pace, è condivisa pienamente dai giovani di fede ebraica e musulmana. Lo sappiamo bene perché li conosciamo, perché sono nostri amici, perché abbiamo fatto con loro esperienza di condivisione, di confronto, di scambio culturale, di crescita umana e spirituale.

È espressione comune per alzare un muro di divisione fra noi stessi e chi non conosciamo dire che “non abbiamo mai mangiato insieme”. Mentre invece noi lo abbiamo fatto per davvero, seduti alla stessa tavola, nel rispetto delle osservanze e delle abitudini di ciascuno, delle quali abbiamo condiviso il significato profondo. Abbiamo concretamente sperimentato quella che il vescovo don Tonino Bello definì splendidamente “convivialità delle differenze”.

Siamo dunque certi della comune intenzione di camminare insieme perché il pezzo di strada che abbiamo fatto fianco a fianco lo abbiamo percorso nella quotidianità delle nostre vite di giovani, e quindi è più che mai autentico.
È la direzione che ci sentiamo di indicare: un percorso comune che si snodi non soltanto nei luoghi istituzionali e nei momenti di emergenza, ma che attraversi il vissuto di tutti i giorni e colmi le dimensioni ordinarie degli uomini e delle donne di questo tempo.

Non è semplice, come non è mai semplice dimenticare le incomprensioni e accettare la diversità di chi ci sta davanti, una diversità che spesso ci disturba perché scomoda le nostre coscienze pigre e obbliga a interrogarsi. Ma quello che sappiamo, per averlo imparato dai fratelli ebrei e musulmani, è che la ricchezza straordinaria di questa convivialità è davvero possibile, è davvero capace di “cambiare le cose”, è davvero strumento di pace.

Nel corso dell’udienza generale del 20 settembre in Piazza San Pietro, il Santo Padre Benedetto XVI ha riletto un passo della dichiarazione conciliare Nostra Aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, ricordando che occorre «dimenticare [le incomprensioni del] passato ed esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».

La dichiarazione, nella sua conclusione, riporta con chiarezza queste parole: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati ad immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama, non conosce Dio” (1 Gv 4,8)».
È per questo che i credenti nell’unico Dio sono chiamati a vivere tra loro, nel quotidiano, l’esperienza della fraternità, ed operare perché questa diventi esperienza possibile e quotidiana del mondo intero.

«Ciò che sappiamo di qualcuno, ci impedisce di conoscerlo», scriveva un autore cristiano francese, Christian Bobin. Da noi giovani, lo abbiamo detto e dimostrato, può e deve partire l’esempio di andare oltre le apparenze, oltre i confini e le sovrastrutture mentali che limitano le nostre possibilità di relazione. Diciamo anche che non basta la tolleranza, occorre l’integrazione. Occorre aprire gli occhi sul mondo ed abbracciarlo. I nostri amici e noi, insieme, ci siamo!

I giovani dell’Ac, delle Acli e della Fuci

Chi non ama non conosce Dio
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