La nuova enciclica di Benedetto XVI, Spe Salvi, riletta attraverso l’analisi dell’Assistente Nazionale di AC Mons. Sigalini.

C’è bisogno di speranza oggi? Chi ne ha maggior necessità? I poveri, i dannati della terra, immersi nella guerra fin dalla nascita, senza alcuna prospettiva di vivere in pace? Chi non ha sconfitto ancora la fame e ogni giorno è alla sopravvivenza? Non solo. L’uomo occidentale pensa che la speranza sia una questione di progresso, di organizzazione delle risorse, di concertazioni favorevoli per le fonti di energia, ma ha un buco nell’anima, non alza più lo sguardo per allargare l’orizzonte, si accontenta delle cose materiali e vive infelice.

Papa Benedetto invece ci apre l’orizzonte al mondo della fede e dice che la fede è speranza. Non si può ridurre la fede in Dio a un insieme di affermazioni, perché la fede è una speranza affidabile. Il presente anche se faticoso può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta. Sapere di stare a cuore a Dio non è affermazione intellettuale, ma consapevolezza di avere la pienezza della vita. Bakhita, la suora canossiana africana che è passata per tanti padroni come schiava si sente finalmente affrancata e felice quando le viene annunciato e scopre che c’è un Dio che la conosce, la ama e la attende. Non le interessa più niente degli altri padroni, di fronte al suo Dio non sono che miseri servi e lei ora non ha più solo la piccola speranza di avere qualche padrone più comprensibile, meno crudele, perché la sua fede la colloca ogni giorno nel grande amore di Dio da cui si sente attesa. Chi non conosce Dio, pur potendo avere molteplici speranze, in fondo è senza speranza, senza la grande speranza che sorregge tutta la vita. Il cielo non è vuoto, la vita non è un semplice prodotto delle leggi della natura, al di sopra c’è un Dio che ama.

Il patrimonio di speranza del cristiano va continuamente riformulato e riproposto in termini comprensibili all’uomo di oggi; noi parliamo spesso di vita eterna, ma rischiamo di ritenerla qualcosa di interminabile che ci fa paura perché ciò che viviamo nei nostri scarsi giorni è spesso più fatica che appagamento, occorre uscire col nostro pensiero dalla temporalità della quale siamo prigionieri. L’eternità non è un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma l’immergersi nella totalità, nell’oceano dell’infinito amore, nel quale il prima e il dopo non esistono più. In fondo vogliamo una cosa sola: la vita beata, la vita che è semplicemente vita, semplicemente felicità. È questa la pienezza che troviamo in Dio. Occorre allora affrontare con determinazione e con stringenti argomentazioni tutta la deriva che nei secoli che vanno dal ‘700 al ‘900 hanno allontanato l’uomo dalla speranza cui è stato chiamato. Papa Benedetto la fa con grande capacità espositiva e didattica. Le ricerche filosofiche, i grandi personaggi di questi secoli ci hanno dato alcune idee, non disprezziamo le speranze piccole e grandi che giorno per giorno ci mantengono in cammino, ma abbiamo bisogno di radicarle in una grande speranza, che può essere solo Dio, che può proporci e donarci ciò che da soli non possiamo raggiungere.

Ci sono però da stanare nella nostra vita luoghi che ci fanno imparare e ci esercitano alla speranza: la preghiera, il nostro agire e soffrire, la consapevolezza che un giudizio ci aiuta a orientare la nostra vita. L’incontro con Gesù giudice e salvatore che col suo sguardo fonde ogni falsità, che brucia, trasforma e libera la nostra vita dalle scorie del male e il suo sguardo e il tocco del suo cuore che ci penetra come fiamma, ci consente di essere totalmente noi stessi e alla fine totalmente di Dio.

di Domenico Sigalini

Sigalini: nella speranza siamo stati salvati

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